Pacifismo
o codardia? Diplomazia o disinteresse? Quest’Italia che ha paura di nominare la
parola "guerra" è sinceramente e convintamente contraria ad ogni tipo
di operazione militare (attiva o passiva che sia) oppure non è in grado di
collaborare fattivamente alle attività di peacekeeping e di lotta al
terrorismo? Gran parte della sinistra si trincera dietro la prima risposta,
strombazzando ogni tre per due la propria moralmente superiore posizione
pacifista e diplomatica. La sinistra radicale ha buon gioco e riesce quasi a
convincerci di questo, forte dell’ubriacatura ideologica di cui è vittima
storicamente. Meno comodo è il compito della sinistra riformista che,
nonostante i proclami diplomatici e le proposte astruse di non meglio
specificate "conferenze internazionali di pace", non riesce in alcun
modo a nascondere la propria codardia, i calcoli politici di bassa lega, la
malcelata intenzione di dar ragione a tutti e a nessuno pur di restare al
governo, anche a costo di sacrificare (come già sta facendo) il prestigio
internazionale del nostro paese. Ma dall’altra parte della barricata politica
le cose vanno meglio solo in parte. Il centrodestra ha l’indubbio merito di non
arretrare di un millimetro per quanto riguarda l’appoggio incondizionato alle
nostre truppe (l’astensione di ieri al Senato è frutto di non proprio
edificanti dinamiche interne e quindi conta poco) e alla lotta al terrorismo.
Ma il problema è che anche all’interno della Casa delle Libertà, o di quel che
ne resta, domina una regola comune a tutto l’arco politico italiano: non
pronunciare mai la parola GUERRA. E’ la sindrome finto-costituzionale, quel richiamo
errato all’articolo 11 della nostra Carta fondamentale. Cercherò di spiegare
perché, a mio avviso, di errore si tratta. Il suddetto (e spesso citato a
sproposito) articolo afferma quanto segue:
L’Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Ripudiamo
la guerra, dunque, come "mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali". Bene, ma cosa vuol dire in concreto? Tutto e niente,
poiché non è specificato il tipo di "controversie" da risolvere con
altri mezzi. L’attacco del terrorismo all’Occidente (sia chiaro: non parliamo
di scontro di civiltà ma di contrapposizioni tra libertà e terrore, a
prescindere dalle latitudini e dalle religioni) è una "controversia internazionale"
che rientra nel primo comma dell’articolo 11? O piuttosto in questo caso si
tratta di un’aggressione alla quale il mondo libero deve rispondere
diplomaticamente e anche (o soprattutto?) militarmente? "Controversia
internazionale", nel senso che intende la nostra Costituzione, è ad
esempio il caso del nucleare iraniano. E infatti in quel caso, in assenza di
minaccia diretta o aggressione da parte di Teheran, un intervento del nostro
esercito sarebbe sì incostituzionale. Da questa errata interpretazione della
Costituzione nasce l’equivoco antibellico italiano che va assolutamente
risolto. In questo senso ho trovato illuminante e non ipocrita l’intervento di
Carlo Jean a Porta a Porta ieri sera. Il generale ha parlato in tutta
tranquillità di carri armati, di armi, di strategie, di difesa e di attacco.
Sembrava di essere in America, con un militare che fa il suo lavoro e non finge
di essere un esponente di una ONG. Impressione che è durata poco, perché poi mi
sono ricordato che Jean non è più generale effettivo dell’esercito italiano e
perché i politici presenti (dal comunista Giordano a Matteoli di An) si sono
affrettati a presentare sfumature diverse e distinte ma accomunate dall’assenza
assoluta della parola GUERRA. Quella guerra che, volenti o nolenti, stiamo
combattendo. Chiariamo una volta per tutte questo equivoco e decidiamo se la
guerra la vogliamo fare o no. In caso di risposta negativa riportiamo a casa i
nostri soldati, ridicoli uomini-bersaglio privi di ogni potenzialità militare
passiva o attiva che sia. Se invece vogliamo finalmente mostrare al mondo di
essere un paese maturo allora inviamo più truppe, più armamenti e combattiamo
realmente una guerra che ci riguarda e che deciderà il futuro delle generazioni
a venire.

