Ci risiamo: vogliono di
nuovo far fuori Prodi. La storia del 1998 si sta per ripetere e stavolta i
congiurati non si accontenteranno di "comprare" qualche parlamentare
del centrodestra per formare un nuovo governo di centrosinistra. Larghe intese,
governo istituzionale, riforma elettorale e poi alle urne. Sembra questo il
destino della XV legislatura. Sarà un momento di rottura, una rivoluzione
dall’interno del sistema politico? Può darsi, e i recenti dibattiti sulla crisi
della politica sembrano confermarlo. Ma a Ds e Margherita conviene far fuori
Prodi? Assolutamente sì, perché il Professore non è più un valore aggiunto
per il centrosinistra italiano. Il fattore Prodi non tira più. Ha
funzionato in occasioni di due importanti scadenze elettorali, complice la
buonista e ingannevole indole prodiana, ma la fase politica che stiamo
attraversando non consente più la presenza di leader a mezzo servizio, di
prestanomi che governano senza comandare. Berlusconi resiste proprio per
questo: perché sa condurre, sa guidare, sa guidare la gente. Prodi no, lui è un
burocrate, lo è sempre stato e nulla potrà cambiare le sue attutidini. Il
centrosinistra lo ha usato per convincere la gente, per sintetizzare la
tradizione postcomunista con quella postdemocristiana. Ma ora è il momento
di creare due poli opposti, forti e decisi. Da una parte Berlusconi (e tra
qualche tempo Fini) alla guida del Partito delle Libertà, dall’altra Veltroni,
a furor di popolo leader del nascente Partito Democratico.
Prodi è il vecchio, il passato, rappresenta una politica da prima repubblica
mascherata da riformismo smunto. Veltroni, pur nel suo comboniamo e melenso
terzomondismo, rappresenta con maggiore efficacia il volto del popolo di
centrosinistra italiano. Dall’altro lato Berlusconi e Fini sono ormai il
presente e il futuro. Casini non ce la farà proprio perché frutto di quella
politica che non può più avere spazio. E poi c’è il jolly Montezemolo. Il
presidente di Confindustria assicura di non voler fare politica attiva. Forse è
così, ma la sua influenza è sempre maggiore. Giornali, imprese, lobby di
potere. E’ il patrimonio che Luca Cordero di Montezemolo non vuole disperdere.
Siamo certi che lo userà; a vantaggio di chi lo scopriremo nei prossimi mesi.
Archive for Maggio, 2007
La strumentale lotta di una casta contro l’altra
Questa benedetta crisi
del sistema politico c’è o non c’è? Sì, no, forse. Il punto non è solo questo.
La questione che mi interessa approfondire è un’altra: come mai se ne sono
accorti solo adesso? Perché D’Alema ha tirato fuori la faccenda solo ora? Non
sarebbe statro meglio denunciare il tutto quando al governo c’era Silvio? C’è
qualcosa di diabolicamente organizzato dietro l’assalto delle truppe moraliste
al sistema politico italiano. Sembra quasi che, come Ferrara scrive nell’ultimo
numero di Panorama, sia solo l’attacco di una casta nei confronti di un’altra
con il fine di prenderne il posto, e non una sincera rifondazione del Sistema
Italia.
Per rendersene conto
basta scorrere i nomi dei censori: Luca Cordero di Montezemolo, Pieferdinando
Casini (sì, proprio l’ex portaborse di Forlani), Massimo D’Alema, tutti e tre
appoggiati dalla grande stampa. E’ la casta dei "vorrei ma non
posso", di quegli uomini abbastanza capaci, con le mani in pasta
dappertutto, ma sempre vissuti all’ombra di altri individui (più o meno di
spessore) che ne hanno frustrato le ambizioni. Montezemolo vuole fare
l’Avvocato del 2000, ma non si rende conto che certe doti sono innate. Per la
serie "Signori si nasce" e Luca, ahilui, non lo nacque. D’Alema non
riesce in nessun modo a far fuori Romano Prodi. Gli era andata bene nel 1998,
appoggiato da quei due vecchi lupi democristiani di Marini e Cossiga, ma il
Professore non si è arreso, ha espiato le sue "colpe" a Bruxelles
(riuscendo a fare danni anche lì) ma poi ha atteso sornione di essere
richiamato in patria come l’uomo della Provvidenza ulivista. Casini, come è
noto, ha superato da tempo il fatidico "orlo della crisi di nervi".
L’ex golden boy democristiano è invecchiato e non è riuscito a deporre il
Cavaliere. E’ comprensibile, umanamente ma non politicamente, il suo senso di
frustrazione, il suo recente e smodato isterismo, il tentato (e miseramente
fallito) parricidio nei confronti di Silvio Berlusconi.
Ecco spiegato, insomma,
il vero e malcelato motivo di questo dubbio e sospetto furore delle coscienze
contro il "SISTEMA". Si tratta, in parole povere, di un tentativo di
colpo di mano per far fuori i Matusalemme del Palazzo. Il che non sarebbe
nemmeno tanto male, ma al loro posto chi avremmo? Il comboniano Veltroni da un
lato e LucaLuca o Pierfy dall’altro? Allora no, grazie lo stesso. Preferiamo
veder morire di morte naturale Prodi e Berlusconi a Palazzo Chigi. Vogliamo un
Blair o un Sarkozy. Finché non avremo questo, continueremo a soffrire in
silenzio. Come abbiamo sempre fatto, del resto.
Più o meno trent’anni fa c’era un paese in guerra. Una
guerra subdola e mai dichiarata ma di fatto combattutta ferocemente per un
decennio intero. Stiamo parlando dell’Italia degli anni di piombo, della
nazione lacerata e divisa dall’accecante odio ideologico. In questo articolo,
però, non vogliamo e non si possiamo ricreare quelle atmosfere, descriverle o
enunciare gli innumerevoli fatti di sangue. Non vogliamo perché nulla si
potrebbe aggiungere rispetto a quello che si è già detto negli ultimi
trent’anni.
Vogliamo solo parlare di un libro
che racconta la storia di un ragazzo di diciotto anni, un ragazzo qualunque
della Milano di piombo, “Sergio Ramelli. Una storia che fa ancora paura”,
scritto a più mani per i tipi di Sperling & Kupfer. Un ragazzo, dicevamo,
ma di destra, militante del Fronte della Gioventù. Oggi nessuno di noi, a
prescindere dalle opinioni politiche, penserebbe nemmeno lontanamente di punire
fisicamente un ragazzo di Azione Giovani o della Sinistra Giovanile, ma Sergio
era nato e cresciuto forse nel periodo sbagliato. E come lui tutti gli altri
ragazzi impegnati politicamente dall’una e dall’altra parte. Sergio doveva
pagare il suo essere “fascista”, doveva diventare l’ennesima vittima di
quell’antifascismo militante che insanguinava le piazze d’Italia. Ma questa non
è solo la storia di Sergio Ramelli. È anche la storia di un gruppo di ragazzi
di estrema sinistra, membri del servizio d’ordine di Autonomia Operaia della
Facoltà di Medicina. Hanno più o meno l’età di Sergio ma le loro posizioni
ideologiche e politiche sono opposte alle sue. Sono proprio loro (o chi per
loro) ad aver individuato Sergio Ramelli come la prossima vittima, il prossimo
fascista da picchiare, coperti dall’ombrello di impunità che regnava
incontrastato nella Milano e nell’Italia degli anni ’70.
La mattina del 13 marzo tutto è
pronto per il sacrifico all’altare dell’ideologia. I giovani di Ao hanno preso,
dal loro arsenale di armi improprie, chiavi inglesi e tondini. Picchiare
Ramelli è l’ordine del giorno. Ma la “lezione” al fascista supera il limite
consentito. Quei ragazzi esagerano, picchiano con inaudita violenza, spaccano
il cranio di Sergio che rimane accasciato sul marciapiede di via Amodeo, con un
pezzo di materia cerebrale sull’asfalto. Iniziano i lunghissimi 47 giorni di
agonia del giovane missino che lo porteranno alla morte. Ma la crudeltà di
quegli anni non si accontenta della fine di una giovane vita: difficoltà
nell’organizzare e svolgere i funerali, strumentalizzazioni politiche e di
stampa, minacce alla famiglia. E poi il silenzio, lunghissimo, assordante,
colpevole. Dieci lunghi anni di silenzio interrotto solo nel 1985 quando gli
assassini di Sergio Ramelli furono arrestati e condannati. Questa la vicenda,
raccontata a grandi linee. Nel libro di Giraudo, Arbizzoni, Buttini, Grillo e
Severgnini tutto viene narrato con dovizia di particolari, grazie all’utilizzo
di fonti imparziali come la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dai giudici
Grigo e Salvini. Gli ingredienti sono quelli di molte altre storie degli anni
’70: odio ideologico, intolleranza mascherata da antifascismo, crudeltà,
cattivi maestri, connivenze politiche e di stampa. Quest’ultimo colpevole
ingrediente è più volte sottolineato nel libro grazie a numerosi brani tratti
dai giornali dell’epoca, prova indelebile che una larga fetta della stampa
italiana (e non sono quella vicina alla sinistra extraparlamentare) tacque o
disse solo quello che si poteva dire in quel clima.
In quel
grande e sporco gioco che furono gli anni di piombo, però, molte vite vennero
distrutte. Tra queste quella di Sergio Ramelli, un ragazzo come tanti, mai
violento, reo solo di essere di destra. A quei tempi era una colpa, un’onta, il
marchio dell’infamia. Gli anni fortunatamente sono passati e alla destra
politica (non solo quella missina) è stata restituita la dignità. Alla famiglia
Ramelli, però, Sergio non potrà mai essere restituito. Non sono bastate (e non
potevano bastare) le scuse postume degli assassini, né l’offerta di
risarcimento. Ci sono cose che non si possono risarcire e Anita Pozzoli (la
madre di Sergio) durante la dolorosa chiacchierata con gli autori del libro lo
dice più volte parlando del figlio: “È un chiodo fisso, anche quando mi
allontano da casa. Tutto mi richiama lui: le strade, i negozi, le facce, i
sorrisi, gli amici. Quando vedevo un giovane in motorino pensavo: ‘ Potrebbe
essere Sergio’. Così, oggi, quando vedo un quarantenne penso: ‘Sarebbe così… se
ci fosse… avrebbe una famiglia’”. Parole di una madre che a trent’anni
dall’atroce assassinio di suo figlio non ha potuto né voluto rassegnarsi.
Se l’ha sdoganato anche il
mio direttore vuol dire che finalmente posso parlare di una mia vecchia e
nascosta passione: l’Eurovision Song
Contest. Non è altro che il vecchio Eurofestival, un tempo noto anche in
Italia e che ha visto la vittoria di cantanti italiani come Gigliola Cinquetti
e Toto Cutugno (mica cazzi). Qualche anno fa il suddetto festival della canzone
europea è stato rilanciato, rinnovato, reso divertente, glamour, allegro,
colorato e, perché no, anche un po’ kitsch. E da allora l’Eurovisoin Song
Contest è uno degli eventi più attesi in moltissimi paesi europei: in Svezia lo
adorano, in Spagna non ne parliamo, i paesi dell’Est europeo l’hanno usato (con
successo) per sentirsi un po’ più parte di questo continente. Non abbiamo
seguito, ahinoi, il marasma dell’ultima edizione, con la vittoria delle
lesbosdolcinate serbe e le rimostranze della Vecchia Europa nei confronti delle
nuove rampanti repubbliche orientali, ormai vittoriose quasi ogni anno.
L’Eurovision è un baraccone incredibile, una colorata e piacevolmente
volgare macchina per far soldi. Peccato che vietino a noi italiani di
godere di cotanto spettacolo.
Rai
tristi boiate del genere. Siamo sicuri che non ci sia qualche soldo da
spendere per rallegrare gli animi di noi poveri italiani, ormai depressi da un
panorama politico e sociale imbarazzante?
Ah… mi sembra
abbastanza chiaro ma è meglio specificarlo: qui si tifava per i D’NASH.
Spagnoli, ma guarda un po’…
Se c’è una cosa che lo
scontro in atto tra cattolici e laici sta provocando, questa è di sicuro
l’occultamento del malgoverno di Prodi e compagni. Sebbene i più ingenui
possano pensare che la tenzone tra guelfi e ghibellini indebolisca il governo,
un occhio più attento e smaliziato si accorgerà facilmente che l’effetto
ottenuto è esattamente l’opposto.
Con lo spostamento delle
divisioni della società italiana su un piano etico, morale, confessionale, il
governo Prodi è riuscito ad agire indisturbato nelle ultime settimane, a far
sopire la giusta indignazione per l’interventismo nell’affare Telecom, a
continuare un’azione di governo blanda, insufficiente, frammentata.
La colpa di questo
"diversivo" è senza dubbio di chi ha alimentato lo scontro da una
parte e dall’altra. Di sicuro una larga fetta di responsabilità è da ascrivere
agli organizzatori del Family Day, ai cattolici che hanno voluto alzare il
tiro, coinvolgendo gli italiani in uno scontro anacronistico e vetusto. Ma è
colpa anche dei laici e liberali di centrosinistra che, oltre a rispondere agli
attacchi clericali, dovrebbero anche fungere da pungolo e stimolo affinché
Prodi faccia meno danni possibili.
E invece eccoci qua, a
scannarci come ai tempi dei guelfi e dei ghibellini, a discutere sul sesso
degli angeli mentre Prodi agisce indisturbato. Sia chiaro, non penso che la
discussione in atto tra laici e cattolici sia da accantonare: è importante e
fondamentale per il futuro del nostro paese. Ma mentre manifestiamo a San
Giovanni o a piazza Navona, c’è un governo che ci fa sprofondare nel baratro.
Non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo.
Apprendiamo con piacere
che anche a sinistra si sono accorti del bisogno di sicurezza e legalità che
attraversa da anni la società italiana. Bene ha fatto il "comboniano"
Walter Veltroni ad affermare che "il bisogno di legalità è
transideologico". A destra lo dicevamo da tempo.
La discussione è stata innescata da una lettera appassionata di un lettore
inviata a Corrado Augias e pubblicata sulle pagine di Repubblica. Il succo
della lettera era il seguente: voto a sinistra ma sto diventando razzista.
Tutti a pontificare sulla sicurezza e sulla legalità, dunque. A sinistra si
svegliano e a destra si compiacciono.
Stiamo attenti, però. La
voglia di sicurezza e legalità proviene anche dalla sinistra? Ottimo, è un bene
per il paese. Ma attenti a non trasformare richieste legittime e sacrosante in
isterismi smodati. Il rischio, a quel punto, è una deriva verso l’autoritarismo
e la limitazione delle libertà individuali.
Nicolas Sarkozy è il
nuovo presidente della repubblica francese. Secondo i primi dati del ministero
dell’Interno il candidato dell’Ump avrebbe ottenuto il 53% dei voti, contro il
47% di Segolene Royal. La candidata del Ps sta parlando in questo momento e va
reso l’onore delle armi ad una donna coraggiosa che ha combattuto anche, e
soprattutto, contro la nomenklatura ingessata del suo partito.
Questa è la notte della nuova Francia. Ci aspettiamo molto da Nicolas Sarkozy e
abbiamo buoni motivi di credere che non rimarremo delusi.
Per aggiornamenti
in diretta tutti da Daw
Meno di 24 ore e
scegliere il suo nuovo presidente. L’era Chirac è finita e siamo certi che
molte cose cambieranno, chiunque sia il vincitore del ballottaggio.
Ciononostante, non siamo e non siamo mai stati tra quelli che pensano che, in
fondo, "questa o quella per me pari sono…". In politica non è mai
così. Quando due schieramenti si fronteggiano anche aspramente nel corso della
campagna elettorale, c’è sempre una differenza di impostazione politica,
ideologica, culturale.
Lo "scontro"
Sarkozy-Royal non fa eccezione e le differenze tra i due giovani candidati
all’Eliseo ci sono eccome. Nonostante io ammiri la tenacia e la forza di
volontà con cui Madame Royal si è imposta all’interno del suo partito, infatti,
non posso non notare che tra la visione del futuro francese della candidata del
PS e quella di Sarkozy c’è un abisso. Segolene Royal è conservatrice, come
ormai solo i partiti socialisti europei sanno essere (con l’eccezione, ma non
proprio positiva, di Zapatero):
Francia
fermo, ancorato ai vecchi retaggi di un sistema politico arrugginito che ha
urgente bisogno di una decisa riforma. L’assistenzialismo francese è purtroppo
una realtà; quello in salsa socialista è un incubo da evitare a tutti i costi.
Nicolas Sarkozy, invece, è un liberale, per quanto possa essere liberale un
politico d’oltralpe. Qualcuno, infatti, ha obiettato che il candidato dell’UMP
sarebbe il solito presidente francese, un socialista di destra, tutto welfare e
sprechi. Ebbene, il giudizio è quantomeno ingeneroso. Non perché Sarkozy
rappresenti un modello sublime di leader liberale; non è così e ne siamo
più che consci. Ma in Francia, in questa Francia, è il massimo che potessimo
sperare. Le riforme istituzionali, economiche e sociali che l’ex ministro
dell’Interno ha promesso in campagna elettorale per i nostri cugini francesi
rappresenterebbero già un’enorme cesura rispetto al passato. Un sistema
politico-sociale che sopravvive da decenni non si abbatte in un giorno e
Sarkozy ne è consapevole.
Per non parlare, poi, dei
cambiamenti che potrebbero avvenire in politica estera. Dopo l’ignobile
strategia di Chirac negli affari internazionali, infatti, la vittoria di Sarkozy
rappresenterebbe un cambiamento epocale. Una Francia amica degli Stati Uniti
non può che far bene all’Europa. I detrattori del leader gollista hanno spesso
usato, in campagna elettorale, l’aggettivo "americano" a mo’ di
insulto e questo ci fa capire quanto l’antiamericanismo sia radicato in
Francia, forse unico paese dell’Europa occidentale più antiamericano
dell’Italia. Eppure Sarkozy non ha avuto paura di dichiarare la sua amicizia
con gli Stati Uniti e l’intenzione di aprire un nuovo corso nelle relazioni
bilaterali tra i due paesi.
Royal
francese l’atteggiamento che fu di Schroeder, Chirac, Zapatero e Prodi.
Amicizia a parole, diffidenza (quando non avversione) nei fatti. In un’Europa
in crisi, in cui le istituzioni comunitarie galleggiano nel loro stato di
Moloch farraginosi e inutili, un rinvigorimento dell’atlantismo sarebbe un
toccasana efficacissimo. Sarkozy, insieme ad Angela Merkel, potrebbe ribaltare
la consuetudine degli ultimi anni: Francia e Germania, i due paesi più
importanti dell’Europa continentale, non più avversari dell’America ma
autorevoli e leali interlocutori. In caso di vittoria socialista, invece,
Zapatero e Prodi, rafforzando l’Europa dell’antiamericanismo a oltranza.
Questi, in breve, i motivi per cui io sto con Sarkozy e spero che sia lui il
prossimo presidente della repubblica francese.
mondo. Il suo sistema politico è vetusto, lo sciovinismo fastidioso,
l’arroganza insopportabile. Ma proprio per questo mi auguro che ci possa essere
una vigorosa sterzata. Ci aspettiamo tutto questo da Nicolas Sarkozy, qualora
fosse il prossimo inquilino dell’Eliseo. E comunque, all’insegna del
"piuttosto che niente meglio piuttosto", sarà un presidente
migliore rispetto alla socialconservatrice Madame Royal.
Il clima
di odio che si sta facendo largo in Italia è allarmante ma assolutamente previsto
e prevedibile. E’ il frutto dei due opposti estremismi che la caduta del muro
prima e Tangentopoli dopo avevano momentaneamente sopito. Sono i due estremismi
tipici dell’Italia repubblicana: l’integralismo cattolico e l’ideologia
comunista. Se da un lato, infatti, non possiamo non stigmatizzare le minacce a
monsignor Bagnasco, dall’altro non possiamo esimerci dal giudicare provocatorie
e pericolose le prese di posizione del presidente della CEI. Si punta ad alzare
il livello della tensione da entrambe le parti.
dimostra ottusa e incapace di comprendere i mutamenti sociali, il comunismo
armato ed estremo legge tutto con la solita errata ideologia mortale. Due
estremismi con diversi metodi.
Chiesa
libertà individuali. I terroristi (o presunti tali) di sinistra uccidono e
minano la convivenza democratica. Ecco perché siamo distanti da entrambi.
Ovviamente non ci è mai passato per la mente di appoggiare il terrorismo, la
lotta armata e l’intimidazione politico-ideologica. Ma, fatti alla mano, non
possiamo difendere una Chiesa che con il papato di Joseph Ratzinger sta
mostrando nuovamente il suo volto peggiore, quello oscurantista e medievale,
chiuso e tutt’altro che misericordioso. Né con
dunque. Come sempre stiamo in mezzo, anzi al di sopra. Confidando che la
libertà, in questo dannato paese, possa prima o poi soppiantare opposti e
ugualmente pericolosi estremismi che limitano i nostri diritti di cittadini.

