Noi l’avevamo scritto commentando l’ultimo congresso Ds di
Firenze; il futuro Partito Democratico un leader ce l’aveva già: Walter
Veltroni. L’accoglienza riservatagli dai delegati del suo partito ci aveva
allora foretemente impressionati. Sembrava di assistere a un congresso di Forza
Italia: ovazioni per il leader, il resto non conta. Gli avvenimenti politici di
questi giorni sembrano darci ragione. Anche Ds e Margherita sono ormai consci
che la scelta del futuro segretario del Pd (e probabile candidato premier) non
può essere fatta al di sopra della base, infischiandosene degli umori degli
elettori. Per il popolo di centrosinistra Veltroni rappresenta il nuovo. E già
questo è un bel paradosso che cercheremo di affrontare più avanti. Nuovo o
vecchio che sia, comunque il compassionevole sindaco della Capitale è il leader
naturale per un partito che nasce dalla fusione di due correnti ideologiche ben
precise: da un lato la tradizione comunista e postcomunista, dall’altro quella
del cattolicesimo democratico e di sinistra. Veltroni è la sintesi perfetta di
queste diverse sensibilità: è il politico della socialdemocrazia
compassionevole, del terzomondismo, della cultura, della via hollywoodiana al
socialismo, un vero e proprio liberal americano nato per sbaglio sui sette
colli.
Ma quando parliamo di
contraddizione tra Veltroni e "il nuovo che avanza", intendiamo dire
che per il nostro paese la leadership veltroniana non rappresenterebbe affatto
una cesura con il passato, bensì un suo subdolo e mascherato ritorno.
"Aiutare chi è rimasto indietro", "I care", "Facciamo
qualcosa per l’Africa": è il cattocomunismo di ritorno che si presenta
sotto le mentite spoglie di Bono e Jovanotti, di Susan Sarandon e Tim Robbins,
di Nelson Mandela e Al Gore. E’ un’americanizzazione della sinistra italiana,
deleteria, demagogica, assistenzialista e populista. Lo si vede già dalle
continue dichiarazioni "emotive" e piene di pathos del buon Walter:
«È una momento importante della mia vita politica e personale» o ancora «Non mi
posso tirare indietro». E’ la fine di un’attesa messianica: il moderno e
americano Veltroni è giunto a salvare e glorificare il "riformismo"
all’italiana. Quello stesso riformismo che si è presentato annacquato con il
pacchetto di liberalizzazioni firmato da Bersani e tanto decantato da Prodi. A
proposito, il primo ministro italiano sta fingendo di compiacersi
dell’investitura plebiscitaria di Veltroni come leader del centrosinistra che
verrà. Non bisogna essere maghi né grandi analisti politici, però, per capire
che il Professore sa che questo passaggio politico accelerato segna la fine sua
e del suo governo. Quando, ad ottobre, la base avrà votato con percentuali
bulgare (alla faccia della nuova sinistra) il sindaco di Roma a capo del
Partito Democratico, il governo Prodi farà la sua uscita di scena, seguito da
un governo "soft" di centrosinistra che in un anno riformerà la legge
elettorale e poi leverà le tende a sua volta. E già immaginiamo il solenne
peregrinare per l’Italia del buon(ista) Veltroni, accolto dal popolo in festa,
e che si preoccuperà subito di chiarire i punti fondamentali del programma di
governo: lotta alla povertà nel Terzo Mondo, tutela dell’ambiente, promozione
dei diritti umani, pacifismo e, perché no, più festival cinematografici per tutti.
Tutte belle cose, ci mancherebbe pure. Ma il pizzicagnolo sotto casa mia non
capirà; mia nonna, pensionata, non capirà; il piccolo imprenditore del Nord Est
non capirà; l’impiegato statale non capirà; di sicuro non capirà neanche
D’Alema. Ciononostante Walter potrebbe anche farcela. Sì, perché dall’altro
lato della barricata politica si muove poco o niente e davvero niente si
muoverà nei prossimi mesi, Veltroni potrebbe trovarsi inaspettatamente a
presiedere un consiglio dei ministri con Bono, Jovanotti, Joan Baez, Susan
Sarandon e persino la buonanima di Alberto Sordi.

