Il Megafono

Liberale, liberista e libertario

Archive for Giugno, 2007

Giu-21-2007

Un americano a Roma

Posted by Domenico under Senza categoria

Noi l’avevamo scritto commentando l’ultimo congresso Ds di
Firenze
; il futuro Partito Democratico un leader ce l’aveva già: Walter
Veltroni. L’accoglienza riservatagli dai delegati del suo partito ci aveva
allora foretemente impressionati. Sembrava di assistere a un congresso di Forza
Italia: ovazioni per il leader, il resto non conta. Gli avvenimenti politici di
questi giorni sembrano darci ragione. Anche Ds e Margherita sono ormai consci
che la scelta del futuro segretario del Pd (e probabile candidato premier) non
può essere fatta al di sopra della base, infischiandosene degli umori degli
elettori. Per il popolo di centrosinistra Veltroni rappresenta il nuovo. E già
questo è un bel paradosso che cercheremo di affrontare più avanti. Nuovo o
vecchio che sia, comunque il compassionevole sindaco della Capitale è il leader
naturale per un partito che nasce dalla fusione di due correnti ideologiche ben
precise: da un lato la tradizione comunista e postcomunista, dall’altro quella
del cattolicesimo democratico e di sinistra. Veltroni è la sintesi perfetta di
queste diverse sensibilità: è il politico della socialdemocrazia
compassionevole, del terzomondismo, della cultura, della via hollywoodiana al
socialismo, un vero e proprio liberal americano nato per sbaglio sui sette
colli.

Ma quando parliamo di
contraddizione tra Veltroni e "il nuovo che avanza", intendiamo dire
che per il nostro paese la leadership veltroniana non rappresenterebbe affatto
una cesura con il passato, bensì un suo subdolo e mascherato ritorno.
"Aiutare chi è rimasto indietro", "I care", "Facciamo
qualcosa per l’Africa": è il cattocomunismo di ritorno che si presenta
sotto le mentite spoglie di Bono e Jovanotti, di Susan Sarandon e Tim Robbins,
di Nelson Mandela e Al Gore. E’ un’americanizzazione della sinistra italiana,
deleteria, demagogica, assistenzialista e populista. Lo si vede già dalle
continue dichiarazioni "emotive" e piene di pathos del buon Walter:
«È una momento importante della mia vita politica e personale» o ancora «Non mi
posso tirare indietro». E’ la fine di un’attesa messianica: il moderno e
americano Veltroni è giunto a salvare e glorificare il "riformismo"
all’italiana. Quello stesso riformismo che si è presentato annacquato con il
pacchetto di liberalizzazioni firmato da Bersani e tanto decantato da Prodi. A
proposito, il primo ministro italiano sta fingendo di compiacersi
dell’investitura plebiscitaria di Veltroni come leader del centrosinistra che
verrà. Non bisogna essere maghi né grandi analisti politici, però, per capire
che il Professore sa che questo passaggio politico accelerato segna la fine sua
e del suo governo. Quando, ad ottobre, la base avrà votato con percentuali
bulgare (alla faccia della nuova sinistra) il sindaco di Roma a capo del
Partito Democratico, il governo Prodi farà la sua uscita di scena, seguito da
un governo "soft" di centrosinistra che in un anno riformerà la legge
elettorale e poi leverà le tende a sua volta. E già immaginiamo il solenne
peregrinare per l’Italia del buon(ista) Veltroni, accolto dal popolo in festa,
e che si preoccuperà subito di chiarire i punti fondamentali del programma di
governo: lotta alla povertà nel Terzo Mondo, tutela dell’ambiente, promozione
dei diritti umani, pacifismo e, perché no, più festival cinematografici per tutti.
Tutte belle cose, ci mancherebbe pure. Ma il pizzicagnolo sotto casa mia non
capirà; mia nonna, pensionata, non capirà; il piccolo imprenditore del Nord Est
non capirà; l’impiegato statale non capirà; di sicuro non capirà neanche
D’Alema. Ciononostante Walter potrebbe anche farcela. Sì, perché dall’altro
lato della barricata politica si muove poco o niente e davvero niente si
muoverà nei prossimi mesi, Veltroni potrebbe trovarsi inaspettatamente a
presiedere un consiglio dei ministri con Bono, Jovanotti, Joan Baez, Susan
Sarandon e persino la buonanima di Alberto Sordi.

Sabato
prossimo, 16 giugno 2007, si svolgerà a Roma il Gay Pride nazionale. I pochi ma
affezionati lettori di questo blog sanno che non ho mai ritenuto il Pride un
evento fondamentale per il riconoscimento dei diritti delle persone
omosessuali. Mi ha sempre dato fastidio il lato carnevalesco della
manifestazione, mi irritava l’immagine che i mainstream media davano della
parata.

Fino all’anno scorso era
così, non lo nego e, soprattutto, non lo rinnego. Ma quest’anno la situazione è
diversa e persino io sarò presente alla parata per le vie di Roma. Tenterò di
spiegare i motivi di questa mia scelta brevemente e con quanto più pragmatismo
mi è possibile. L’Italia vive un momento particolarmente delicato per la sua
tenuta laica e liberale, direi addirittura democratica. Le continue ingerenze
della Chiesa cattolica negli affari interni dello Stato hanno creato molto
allarme tra chi ancora crede nella possibilità di una nazione laica e
aconfessionale, totalmente sganciata da qualsivoglia fede religiosa e tuttavia,
si badi bene, non priva di morale. Le recenti prese di posizione delle
gerarchie ecclesiastiche in merito a provvedimenti legislativi di uno Stato
indipendente e sovrano hanno ringalluzzito l’ala più conservatrice e retriva
della nostra società. Il tutto è cominciato con il ridicolo contentino dei DiCo
approvati dal Consiglio dei Ministri ed è culminato nella manifestazione
oceanica (e culturalmente infida e pericolosa) del Family Day in piazza San
Giovanni in Laterano.

Proprio quel giorno ho
maturato la decisione di partecipare al Gay Pride di quest’anno. Si tratta
senza dubbio anche di una scelta connessa alle rivendicazioni che il movimento
GLBT italiano avanza in tema di diritti per le coppie omosessuali, ma non solo.
C’è anche, di fondo, una voglia di riaffermare la laicità del popolo e dello
Stato italiano. E’ fondamentale, oggi più che mai, far capire a politici e
vescovi che nel mondo libero e democratico esistono solo nazioni laiche,
attente alle esigenze di qualsiasi credo religioso ma assoggettato a nessuno di
essi. E’ l’esempio degli Stati Uniti, così pervasi da vigore religioso eppure
allo stesso modo consci che prima di ogni cosa vengono i diritti e le libertà
dell’individuo. Per non parlare poi della laicissima Francia e degli Stati
nordeuropei, ormai lontani anniluce dal bigotto "baciapilismo"
dell’Italietta. Stretta come cinquant’anni fa tra Don Camillo e Peppone,
l’Italia resta a guardare il mondo che va avanti a ritmi vertiginosi. E’ tempo
di mostrare prima a noi stessi e poi al mondo che l’Italia può diventare
(perché non lo è ancora, non illudiamoci) una democrazia matura.

Il Gay Pride del 16
giugno, dunque, è il primo appuntamento in cui far capire
la determinazione di tutti gli uomini liberi a rimanere tali e a
rafforzare la laicità dello Stato e il suo impegno per il riconoscimento dei
diritti di tutti gli individui, a prescindere dai loro gusti sessuali. Con
motivazioni del genere, mi chiedo come sia possibile non vedere in piazza,
accanto a me, gli altri amici liberali italiani. Parlo ai liberali in senso
stretto, non alla massa di conservatori clericofascisti che tentano di
riciclarsi usando etichette che non gli appartengono. So che i Riformatori
Liberali ci saranno. Pochi, come sempre, ma ci saranno. E i laici di Forza
Italia? E l’alaliberale, minoritaria ma che fa sperare, di Alleanza Nazionale?
Siamo certi che non ci sarà nessuno di loro. Nessuno di loro, infatti,
comprende la portata della lotta per i diritti civili. Da sei anni, in risposta
al vile attacco alle Twin Towers, andiamo in giro per il mondo a esportare
democrazia e libertà. Bene, anzi ottimo. Però, per qualche strana alchimia, poi
torniamo nelle nostre case, magari impolverati dalla sabbia afghana o irachena,
e che facciamo? Ci dimentichiamo della libertà, ce ne fottiamo dei diritti.
Predichiamo bene e razzoliamo male, come troppo spesso abbiamo fatto nella
storia.

E’ il momento, per i
liberali di centrodestra amanti della libertà e dei diritti dell’individuo, di
entrare senza paura nell’arena per il riconoscimento dei diritti delle persone
omosessuali. Non è una battaglia di sinistra, non possiamo lasciare al nostro
avversario politico il monopolio di una battaglia che è solo di civiltà e di
modernità. Il 16 giugno, dunque, scendete in piazza, magari con le bandiere di
Forza Italia o dei Riformatori Liberali, o addirittura di Alleanza Nazionale.
Vi fischieranno? Possibile, anzi certo. Ma almeno avrete infranto un tabù che
imprigiona il centrodestra italiano.

Giu-10-2007

Roma “kaputt” mundi

Posted by Domenico under Senza categoria

Nel pomeriggio di ieri
seguivo, rigorosamente da casa, la manifestazione dei no global contro la
visita in Italia di George W. Bush. Ero sintonizzato su La7, grazie alla quale
si poteva seguire il corte con costanti aggiornamenti da vari punti del centro
di Roma. Tra i tre giornalisti inviati tra la folla primeggiava, per entusiasmo
e faciloneria, una certa Galli (non ricordo ahimé il nome proprio). La
suddetta, peraltro dotata da Madre Natura di voce stridula anziché no, non
perdeva occasione per ricordare la calma e la non violenza della
manifestazione, il clima di protesta colorata e allegra. Schifato dalle
cronache della collega Galli ho preferito spegnere il televisore e dedicarmi
alla lettura di un buon libro.

Ma passa poco tempo e
ricevo la telefonata di Babs. Mi
racconta in diretta i primi scontri, i primi feriti tra le forze dell’ordine
(ne approfitto per fare i complimenti al suo blog che ha parlato di feriti
prima di RaiNews24 e SkyTg24). La situazione, insomma, non era esattamente
tranquilla e pacifica. Sorge il dubbio, dunque, che l’inviata de La7 porti un
po’ sfiga oppure semplicemente che, esaltata dal successo di numero del corteo
antiBush, si sia fatta un po’ prendere la mano esaltando i no global e la loro
"variopinta protesta". Fatto sta che il centro storico di Roma (non i
sobborghi di Rostock o le anonime strade moderne della Seattle dei tempi
che furono) oggi ha vissuto una giornata infernale. La colpa è di chi ha
permesso al corteo di arrivare a piazza Navona ma le responsabilità sono
soprattutto di chi pur di governare e accontentare un po’ tutti, asseconda in
qualche modo i rigurgiti antiamericani, violenti e vergognosamente sovversivi
di una larga fetta della sinistra. E intanto, nella vicina piazza del Popolo,
pochissime persone presenziavano alla manifestazione alternativa di
Rifondazione, Verdi e Comunisti Italiani. La sinistra radicale, dunque, non
deve farci paura. C’è una sinistra ancora più estrema (incredibile ma vero) che
grazie alle connivenze e alle ambiguità del governo Prodi sta prendendo piede
in questa nostra Italietta da quattro soldi.

A Shanghai aumentano
a dismisura i ricchi, la
Cina
cresce tumultuosamente, in Occidente si guarda a Pechino
come un nuovo partner affidabile. Persino una pasionaria dei diritti civili
come Emma Bonino si è inchinata alla grandeur del Dragone durante una recente
visita di Stato, evitando di parlare di diritti, libertà e democrazia.
Noi no, noi pensiamo che la democrazia sia una conditio sine qua non, un
prerequisito fondamentale che soverchia per importanza il progresso economico o
tecnologico. Per questo ricordiamo i tragici fatti di piazza Tien An Men e
speriamo che possa servire a riporre al centro dell’attenzione la sacrosanta
battaglia per la libertà di opinione, di espressione, di stampa, di culto
religioso in quello strano mostro comunista/capitalista che è diventato la Cina.