Chi
scrive, per fortuna o purtroppo, è calabrese e non friulano. Non potrà
esprimere, dunque, l’unico voto convinto di questa tornata elettorale. Nella
lontana Udine, si candida a consigliere comunale Simone Bressan, blogger, amico, ex
collega tocquevilliano,
amante dello spritz e delle belle donne. A parte gli scherzi, da queste parti
si nutre da tempo una stima senza eguali nei confronti del giovane giapponese
che ride. Lui lo sa e non ci sarebbe neanche bisogno di scriverlo in questo
post. Però, cercate di capirci, in una tornata elettorale così scialba, che non
riesce a coinvolgerci e tantomeno a convincerci, un voto convinto e sincero
(seppur solo virtuale) è cosa rara. Il Megafono vota Bressan, dunque, alle
elezioni comunali di Udine. A livello nazionale, credetemi, è molto meglio che
non si esprima.
Archive for Marzo, 2008
Propaganda e statalismo: dov’è finito il Cav liberale?
Brutta bestia le elezioni. Riescono a far diventare Veltroni liberale e Berlusconi statalista e, dunque, a spaventare i liberali di centrodestra. Il caso Alitalia è esemplicativo di questa tendenza pericolosa: il leader del Pdl continua ad annunciare cordate italiane che salvino “l’italianità” della compagnia di bandiera, strappandola dalle grinfie degli odiati cugini d’oltralpe. A parte che la solfa dell’italianità è vecchia e non ha alcun senso, è abbastanza lampante il fine elettorale e propagandistico delle boutade di Berlusconi. Alitalia, che da anni avrebbe già dovuto portare i libri in tribunale, è ormai con l’acqua alla gola. Serve un risanamento veloce e serio che solo un’azienda forte come Air France-Klm può portare avanti. Sono francesi? E chi se ne frega; in fondo stiamo parlando di economia e non dei mondiali di calcio. Forse Berlusconi vuole restituire ai transalpini la testata che Zidane rifilò a Materazzi, ma il Cavaliere deve stare molto attento. Potrebbe farsi male più di quanto immagina.
Usare la terribile crisi senza uscita di Alitalia per fini propagandistici è un’azione che non fa onore a Berlusconi. Soprattutto a quel Berlusconi alfiere della rivoluzione liberale che avevamo imparato ad apprezzare nel corso degli anni. Mettere i bastoni tra le ruote all’accordo di vendita con Air France, in assenza di alternative SERIE e REALI, è una macchia che difficilmente potrebbe essere levata. Giocare con il destino di migliaia di dipendenti è roba poco seria e, in fondo, non sappiamo quanti voti possa portare nelle casse del Pdl un argomento del genere. Speriamo che il Cav. rinsavisca e torni ad essere, se lo è davvero stato, un liberale convinto, e non a giorni alterni e a seconda delle convenienze politiche contingenti.
L’eredità di Moro è del Pd. Ma per noi è meglio così
Il dibattito sull’eredità politica di Aldo Moro è inutile e superfluo. Qualche giorno fa, il quotidiano Liberal si chiedeva quale sarebbe stata l’odierna collocazione di un uomo come Moro, sperando, forse, che la risposta fosse Udc. Si tratta di un esercizio più che lecito, di una discussione politico-culturale che sicuramente appassiona gli addetti ai lavori.
Però, se si vuole affrontare seriamente la questione, il quesito andrebbe risolto in non più di tre secondi. Oggi Aldo Moro sarebbe inequivocabilmente schierato con il Partito democratico. In fondo cos’è il Pd se non la realizzazione di “quell’ampia base democratica su cui fondare il consenso” (leggi compromesso storico)? Cos’è se non l’incontro tra il cattolicesimo democratico e la tradizione postcomunista? Aldo Moro ha più volte ripetuto che no, la Dc non era e non poteva essere la destra del panorama politico. Guardava a sinistra, coerentemente e fin dal patto con i socialisti dei primi anni Sessanta.
Detto questo, è bene che io esprima anche la mia posizione personale in merito a questo dibattito: sinceramente, a trent’anni di distanza dalla morte, a quasi cinquanta da una scelta politica chiara e rischiosa (e a mio parere non molto illuminata) come quella del centrosinistra, cui prodest interrogarsi su ipotetiche e non verificabili aderenze politiche? E, soprattutto, davvero al centrodestra italiano dispiace così tanto non poter annoverare tra i suoi padri nobili Aldo Moro? A me non dispiace per nulla.
Le dichiarazioni di Roberto Fiore, leader e candidato premier di Forza Nuova, rilasciate a Porta a Porta ieri sera, hanno provocato in me un misto di paura e ilarità. Il nostalgico dei tempi che furono ha una ricetta imbattibile per combattere la criminalità organizzata: invadere militarmente Sicilia e Calabria. In mancanza di un novello prefetto Mori, però, temo si dovrebbe accontentare di un gruppuscolo di nerboruti ragazzotti in camicia nera. Siamo certi, infatti, che l’esercito italiano si ammutinerebbe di fronte a una vittoria (per fortuna impossibile) di Forza Nuova. Ma forse Fiore ha scelto Sicilia e Calabria perché l’Africa ormai è tutta occupata? Se così fosse, per rendere più credibile l’azione militare di Forza Nuova, sono pronto a dipingermi il volto di nero e attendere il nuovo Duce a Castrovillari. Magari intonando “Faccetta nera”.
Nel 1997 avevo 17 anni. Compiuti il 10 maggio, proprio il giorno seguente l’assassinio di Marta Russo in un vicolo dell’università di Roma. Mi ricordo perfettamente che il caso appassionò anche me, come tutti gli italiani, del resto. E da un certo punto di vista la faccenda mi coinvolgeva, seppure in minima parte e per strani incroci di conoscenze. La mia maestra d’asilo, infatti, era suor Teresa Ferraro, zia di Salvatore Ferraro. Una donnina minuta, dolce, allegra e affettuosa, che rimarrà impressa per sempre nella mia memoria. Ebbene, suor Teresa, in quei terribili mesi del 1997, più volte ha affrontato con me l’argomento spinoso della terribile accusa all’amatissimo nipote. Erano frasi che la religiosa ripeteva come un mantra, con un’espressione triste e sincera: “Domenico, mi ricordi tanto mio nipote. Sempre sui libri, intelligente, vivace”. E concludeva: “Stai attento, non ti fare insozzare come è successo a Salvatore. Lui non ha fatto niente e ora guarda cosa gli stanno facendo”. Il mio animo di diciassettenne rimaneva turbato e francamente un po’ dubbioso. In fondo non era altro che l’accorata difesa di una zia preoccupata. Intanto il processo iniziava e andava avanti e io cominciavo a farmi un’idea. Scioccamente, ora l’ho capito, mi ero convinto della colpevolezza di Giovanni Scattone e dello stesso Ferraro. Mi ero lasciato trasportare dall’onda emotiva, dall’opinione pubblica che reclamava giustizia a tutti i costi. Un vizio molto italiano, che solo negli anni seguenti avrei individuato e combattuto. Ebbene, dicevo, per me Scattone aveva premuto il grilletto e Ferraro aveva colpevolmente taciuto. Oggi, undici anni dopo, mi pento amaramente di quella superficiale conclusione. Qualche tempo fa, approfittando dei canali on demand di RaiClick offerti dalla tv di Fastweb, ho deciso di riguardarmi le udienze più importanti del processo, per poter finalmente giudicare in maniera matura e consapevole un caso che mi aveva così colpito. E allora ho capito: ho visto l’imbarazzante falsità di Gabriella Alletto (controverso testimone d’accusa), l’atteggiamento quantomeno poco professionale dei pubblici ministeri (che soccorrevano una contraddittoria Alletto suggerendo le risposte da dare), la confusa e inutile testimonianza di Maria Chiara Lipari. Quattro ore di udienze viste e riviste: gli sguardi rabbiosi e addolorati di Donato Russo, l’espressione attonita e spaesata di Scattone, quella dolce e sincera di Ferraro. La mia memoria è tornata alle parole di Suor Teresa, all’accorata difesa di un nipote che conosceva bene, che aveva visto crescere e farsi largo a suon di impegno e studio. E mi sono sentito colpevole, terribilmente colpevole di aver giudicato con leggerezza due ragazzi che hanno assistito all’infamante distruzione della loro vita. Vorrei tanto chiedere scusa a Scattone e soprattutto a Salvatore Ferraro. Chiedere scusa non solo a nome mio, ma anche a nome dell’Italia di allora assetata di (in)giustizia. Ogni tanto incontro Salvatore nel centro di Roma. Chissà se riuscirò, prima o poi, a presentarmi e chiedere scusa di persona…
Noi l’avevamo già intuito qualche settimana fa. In realtà non ci voleva una gran dose di arti divinatorie: era chiaro già da allora che la deriva del centrodestra italiano era di evidente stampo conservatore. Sia chiaro, niente contro il conservatorismo, anzi. Ma sto parlando di un certo conservatorismo all’italiana che è intriso di spunti clericali, chiusure assolute sui diritti civili, protezionismo economico fuori dal tempo. E la presentazione delle liste ha confermato questa facile previsione. I liberali hanno pochissimo spazio. E’ tutto un fiorire di teocon, conservatori vecchio stampo, “baluardi contro il relativismo culturale”. E’ la vittoria di un centrodestra che non c’è mai piaciuto. E a chiudere il cerchio ecco il vecchio Ciarrapico, fascista mai pentito, la cui candidatura (quindi elezione) in quota Forza Italia rappresenta uno dei passi indietro più pericolosi del centrodestra italiano. E che dire del leader dei taxisti romani? Evidente presa di posizione contro le liberalizzazioni, a quanto pare. Per fortuna non sono l’unico pazzo che pensa queste cose. Barbara e Federico la vedono più o meno come me. Sono in ottima compagnia.
Con questo post veniamo meno a un impegno preso qualche settimana fa. Avevamo promesso di non parlare delle elezioni del 13 e 14 aprile per noia, disinteresse, delusione. Oggi, però, dobbiamo commentare una notizia che riteniamo importante: Daniele Capezzone non sarà candidato nelle liste del PdL. Lo annuncia lo stesso ex segretario radicale sul sito di Decidere.net: Non sarò candidato alle elezioni politiche del 13-14 aprile. Sosterrò con convinzione ed entusiasmo, come ho più volte preannunciato, il progetto del Popolo delle Libertà, il programma che è stato reso noto nei giorni scorsi, e la campagna elettorale guidata da Silvio Berlusconi. Ritengo opportuno che tanti liberali, tanti riformatori, tanti innovatori, e anche tanti delusi del centrosinistra si impegnino per garantire il successo del Pdl e quindi un Governo effettivamente in grado di capovolgere la politica “tassa e spendi” praticata da Prodi, Padoa Schioppa e Visco, e accettata - tra gli altri - dai 17 ministri e dai 26 sottosegretari del Governo Prodi che oggi guidano le liste veltroniane del Partito democratico.
Niente candidatura, dunque, ma scelta netta a favore di Berlusconi e del PdL. Coerenza e onestà intellettuale. Chapeau. Però noi da questa notizia traiamo una conclusione preoccupata e preoccupante: non c’è spazio per i liberali “veri” nel PdL. In economia si va dietro al protezionismo di Tremonti; per quanto riguarda i diritti civili non se ne parla nemmeno. E allora perché votare? Quale progetto LIBERALE vuole realizzare il Popolo della LIBERTA’? Non lo abbiamo capito. E pur consci che QUESTO centrodestra è comunque meglio del Partito democratico di Veltroni, abbiamo deciso IRREVOCABILMENTE di non votare alle prossime elezioni. I liberali veri in Italia non hanno rappresentanza. Nemmeno stavolta.
Per il
numero di oggi di Ideazione.com,
abbiamo scritto un
articolo sull’ira radicale contro Veltroni e i patti non rispettati.
L’abbiamo fatto con ironia, come è nostro stile, fermo restando l’assoluto
rispetto della nostra professionalità. Proprio in nome di ciò ieri avevamo
cercato prima via mail e poi telefonicamente Rita Bernardini o qualsiasi altro
dirigente radicale. Nessuna risposta, riunioni fiume, non avevano tempo per
noi. Oggi, però, la signora Bernardini si incazza e via mail esprime tutto il
suo disappunto in merito al nostro articolo. Premettendo che il tono
dell’articolo non era offensivo nei confronti di chicchessia (leggere per
credere), la replica del segretario radicale, che in questa sede vi
risparmiamo, è stata quantomeno inopportuna e molto debole negli argomenti. Ma
i radicali, si sa, sono fatti così.

