Non ci si può assentare per un week-end, causa questioni ben più importanti, che subito Marco Travaglio piazza la sua solita bomba. L’attacco lanciato contro il presidente del Senato Schifani è di quelli che non ti aspetti, neppure dal fastidioso moralizzatore torinese. Piuttosto prevedibile, invece, è la sede scelta. Che tempo che fa è un programma che rispecchia alla perfezione il modo di essere e di comportarsi di Fabio Fazio: fintamente buono ed ecumenico, pungente ma sempre attento a non scontentare nessuno, aperto al dialogo ma di fatto fazioso e unidirezionale. La coppia Travaglio-Fazio, dunque, sperava forse di passarla liscia approfittando della tribuna scelta ad hoc. Ma affermazioni come quelle del giornalista non possono e non devono passare sotto silenzio. Bene ha fatto la politica a ribellarsi, benissimo ha fatto Anna Finocchiaro a condannare senza possibilità di interpretazioni. L’unica eccezione sembra essere rappresentata, e non è una sorpresa, dall’Italia dei Valori, sempre molto sensibile al sensazionalismo giustizialista che ha in Travaglio il suo profeta e in Di Pietro il suo braccio "armato". Il "terrorismo giudiziario" di cui è vittima questo Paese è sempre più evidente e non serve pensare a Schifani, Dell’Utri o Berlusconi per rendersene conto. Basta guardare cosa succede a tanta gente onesta che popola le patrie galere o le aule di tribunale solo perché diversa da chi indaga e da chi fa tintinnare le manette: politica, interessi economici, precisi disegni ideologici. I motivi sono tanti e da anni si cerca una soluzione. Ma quando si allude a frequentazioni mafiose della seconda carica dello Stato, allora no, non si può alzare le spalle e far finta di nulla, occorre fermarsi a riflettere. E soprattutto porre rimedio prima che sia davvero troppo tardi.
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