No ai Pacs come feticcio ideologico,
difendiamo la famiglia
“Sono appena 143 le coppie iscritte ai
registri delle unioni civili, istituiti dai Comuni di sinistra, da Bolzano a
Bagheria. Abbiamo verificato e fatto i conti: sono lo 0,0098% della
popolazione. È un fallimento totale”, recita Libero di domenica 14 Gennaio
2007. «Diciamolo francamente: non ci sono esigenze sociali tali da giustificare
una legge sulle coppie di fatto». Parole e musica di Francesco D’Agostino,
presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica. “I promotori dei Pacs o
delle unioni civili italiane, si arrogano il diritto di rappresentare, secondo
i dati Istat, circa 564 mila convivenze, almeno la metà delle quali sono
temporanee e in attesa del primo o secondo divorzio o in prossimità del
matrimonio, e si dimenticano le politiche familiari e fiscali per i circa 20
milioni di famiglie è presto detto perché almeno in Italia, come nel resto del
mondo occidentale, l’ideologia che sta dietro ai pacs”, afferma Luca Volonté,
deputato dell’Udc. Secondo uno studio statistico sulla popolazione inglese
commissionato ad autori indipendenti dai Tories, il partito conservatore
inglese, “i matrimoni garantiscono un ambiente di gran lunga più stabile sia
per i genitori sia per i figli; la maggiore resistenza dei matrimoni rispetto
alle convivenze è evidente soprattutto nei momenti di crisi o di stress, come
quelli legati ai primi anni di vita dei figli”. Non sono un papista, nè un
clericale. Cerco anzi di guardare ai problemi con un approccio empirico, cioè
quanto più lontano dallo stile da bar dello Sport cui la politica italiana ci
ha abituato. Questo non vuol dire non avere riferimenti valoriali, ma
semplicemente evitare di anteporre l’ideologia alla discussione ed alla
eventuale risoluzione dei problemi. Premetto che il Governo Prodi deluderà chi
si batte per i PACS – le associazioni gay su tutte (e forse solo loro) – in
quanto da vecchio marpione della politica e da buon democristiano, sa di non
doversi inimicare e regalare alla destra il voto cattolico. Il no di Azione
Giovani - e mio personale – è scolpito nella pietra della Tradizione e nel
rispetto della Famiglia, società naturale fondata sul matrimonio, così come
delineata nella nostra Costituzione (Carta che pure non amo).
Per esempio
– www.familypride.4000.it - ha intrapreso una battaglia contro i Pacs con
grande serietà e lucidità, a dimostrazione di una maturità su questi temi
sconosciuta alla Sinistra. Gli atteggiamenti reazionari, beceri o omofobi, sono
creati ad arte – recte: inventati - dai tanti benpensanti radical chic solo per
la loro battaglia strumentale e violenta. Ho definito i Pacs come un “feticcio
ideologico”, in una recente intervista fattami da Radio radicale (in territorio
nemico, dunque), perché è quello che emerge dalle parole dei sostenitori dei
Pacs: affrontare il problema delle libertà – non diritti, attenzione – civili
compresse dal legislatore è un esercizio cui la destra si è dichiarata
disponibile, compresi i “papisti” dell’Udc. Ma oltre la generica ed errata
rivendicazione dei “diritti (sic!) civili”, i pacsisti non vanno. Si lamentano
delle discriminazioni ma non dicono quali sono, se non un generico richiamo
alle questioni di eredità, assistenza sanitaria etc. Perché poi vediamo le “tabelle”
delle successioni e notiamo come i conviventi siano penalizzati rispetto alla
famiglia tradizionale solo se il testamento non c’è e quindi la successione
viene definita “ex lege”. Serve per ovviare a questa scelta del legislatore una
nuova legge, un nuovo istituto giuridico e le inevitabili norme di
coordinamento? O basterebbe (sempre se lo si ritiene necessario) una piccola
modifica a qualche comma o a qualche articolo in materia ereditaria? Non si
pongono solo problemi di opportunità, ma anche di rispondenza al dettato
costituzionale: una lunga serie di pronunciamenti della Corte Costituzionale
(sentenza n. 310 del maggio 1989, sentenza n. 352 del luglio 2000, ordinanza n.
491 dell’ottobre-novembre 2000, sentenza n. 121 dell’aprile 2004, pronunciamento
del dicembre 2004) e della Corte di Cassazione (uno per tutti la sentenza n.
8976 del maggio 2005) riaffermano l’impossibilità di equiparare, o anche
solamente assimilare, dal punto di vista del riconoscimento giuridico pubblico,
la famiglia naturale, legittima e costituzionale fondata sul matrimonio alle
convivenze di fatto. Il tutto va considerato in un quadro globale di diritti –
cioè i PACS - che il Legislatore dovrebbe concedere a fronte di doveri
volontariamente non assunti, poichè si è scelto liberamente di non contrarre il
matrimonio. Non possiamo accettare queste invocazioni “unilaterali” di diritti,
in quanto la persona è inserita in un contesto sociale nel quale è necessario
il binomio “diritti e doveri”: binomio iscritto nella Natura dell’Uomo e
rispettato pienamente nell’istituto familiare. “Ma questa è una limitazione
della libertà”, potrebbe obiettare qualche ex comunista folgorato sulla strada
del libertinismo. Gli risponderei con Karl Popper, non certo un papista: “la
libertà dipende dalla responsabilità”. Tornando all’indagine di Libero (basata
su dati Istat), vediamo come il problema dei Pacs non sia nemmeno lontanamente
uno dei problemi più importanti per gli italiani: il problema delle unioni
civili riguardo solo il 3,9% della popolazione italiana, con un dato a mio
avviso sovrastimato. I registri per le unioni civili redatti dalle Giunte
comunali di sinistra, specie in Toscana, sono vuoti; nemmeno i gay sono
interessati! L’esigenza di dichiarare “legami affettivi” all’ufficio anagrafe non
esiste. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti: non ci si sposa per
conservare la propria libertà e per non essere soggetti ad alcun dovere.
Coerentemente non ci si iscrive in nessun altro pubblico registro! Ergo, emerge
con forza come la querelle sui Pacs sia una polemica pretestuosa ed ideologica,
che si disputa tutta all’interno dei Palazzi della Politica, con un appeal nel
Paese davvero pari a zero. A sinistra alcuni conducono la ottocentesca
battaglia ideologica per rendere tutto eguale; altri sinistri credono che con i
Pacs si fanno voti, a dimostrazione di come siano lontani dall’umore reale
dell’Italia. Al centro ci si schiera contro per terrore di perdere voti e per
far pressione nel Governo e nella maggioranza. A destra si impongono i Pacs come
argomento principale dell’agenda politica per acuire le differenze nell’Unione
e per attirare il voto cattolico. Logico come in questo quadretto il confronto
non sia sui contenuti ma sugli idoli, sui feticci. Ed allora il confronto
diviene impossibile: specie con chi dice “o i Pacs o niente” e magari ha il
coraggio di presentare e sbandierare ridicole e vergognose proposte di legge
pro adozioni gay o per cambiare la dicitura “padre” e “madre” in X e Y. Finisce
così per smascherarsi il vero intento dei sostenitori dei Pacs: non hanno a
cuore le libertà individuali, ma solo la loro ideologia relativista ed
egalitaria. Esattamente il contrario di quello che è d’uopo fare per risolvere
eventuali problemi in tema di libertà personali. Barry Goldwater affermava che
“il conservatore giudica la politica l’arte di conquistare la massima somma di
libertà per gli individui, salvando al tempo stesso l’ordine sociale”. Noi
siamo pronti a confrontarci sulle libertà, ma non possiamo confrontarci su una
ideologia pseudo-progressista sconfitta dai fatti e dalla Storia, alla quale
non possiamo che contrapporre un atteggiamento di netta e ferma ostilità.
Gianmario Mariniello Dirigente nazionale Azione Giovani http://www.mariniello.net
Una questione di civiltà
Due uomini si amano, vivono insieme per 40
anni, poi uno di loro muore. Finisce una storia d’amore, e questa è la cosa più
grave. Ma finisce anche lo status di convivente, partner, compagno (come volete
definirlo) dell’uomo rimasto in vita. Per le leggi dello Stato quell’unione non
è mai esistita. Nessun diritto, niente pensione di reversibilità, niente
eredità. La famiglia del defunto si rifà viva, magari dopo decenni di disprezzo
e silenzi, e mette le mani su tutto. E’ una situazione tipica, come ne sono
successe tante nel nostro paese. E’ la situazione paradossale e incivile che
scaturisce dall’intolleranza bigotta tipicamente italiota. Mai si è pensato di
regolamentare queste unioni. Troppo forte è sempre stata l’influenza cattolica
e moralista. Ma il problema non è solo quello di negare i diritti ad una
persona che ha diviso la sua vita con un altro. Il problema più grave sta a
monte. Queste due persone sono OMOSESSUALI, dunque MALATE e DEVIATE, come vuole
la tradizionale vulgata conservatrice e intollerante. Un omosessuale può avere
diritti? Può pretendere di vivere una storia d’amore alla luce del sole senza
dover subire umiliazioni e privazioni? Sembrerebbe di no, se è vero come è vero
che l’Italia è una delle democrazie meno tolleranti in fatto di preferenze
sessuali. Influenza del Vaticano, direte voi. Anche, ma non solo. Non può
bastare la presenza del Papa nel nostro paese per spiegare un’atavica
predisposizione omofoba. Fatto sta che anche chi, nei decenni scorsi, anche atei,
comunisti e fascisti neopagani hanno sempre dimostrato un disprezzo incredibile
nei confronti dei gay. E’ un fatto culturale, derivante chissà da quale epoca.
Ma questo nostro intervento non vuole essere una cronistoria del pregiudizio
omofobo in Italia. E’ solo un breve appoggio incondizionato alla possibilità
che finalmente vengano regolarizzate per legge le unioni omosessuali. E’ una
questione di civiltà, di basilare senso del rispetto nei confronti di coloro
che definiamo "diversi". Non ci addentreremo nemmeno in discussioni
politiche. Non ci interessa sapere quale partito spinga per l’approvazione dei
Pacs (Patti civili di solidarietà) e chi no. L’importante è che si riesca a
regalare un po’ di serenità e di "normalità" a chi per secoli ha
vissuto con la lettera scarlatta della vergogna marchiata a fuoco sulla propria
anima. Sì ai Pacs, dunque. Ma solo per gli omosessuali. Le coppie di fatto
eterosessuali hanno già strumenti idonei al rispetto dei loro diritti: il
matrimonio religioso e quello civile. Sono contrario, invece, al matrimonio tra
gay. L’idea zapateriana è soltanto un eccesso orwelliano, un mostro giuridico,
uno scimmiottamento di qualcosa che non appartiene all’universo gay. Il
matrimonio è proprio dell’uomo e della donna. I diritti sono di tutti. Sì ai
diritti. No agli estremismi. Sì alla tolleranza. No alle barricate ideologiche
e alle carnevalate ridicole tipo Pride. I gay italiani, troppo spesso
autolesionisti e divisi all’interno del loro movimento, dovrebbero imparare ad
essere un po’ più pragmatici. Il matrimonio omosessuale in Italia non verrà mai
approvato (per fortuna, secondo me). Ne prendano atto e accettino i Pacs. In
fondo voglio diritti, non visibilità e pagliacciate. O no?
Domenico Naso
Se anche i gay scaricano Prodi…
La stragrande maggioranza dei gay, delle
lesbiche e delle persone transessuali italiani alle scorse elezioni hanno
votato l’Unione di Prodi (secondo rilevazioni non scientifiche del portale
Gay.it più del 70%). Non si sa quanto sia stato un voto politico da militanti
di sinistra o un voto di lobby da militanti gay. Con un po’ di certezza, però,
si può dire che molti GLBT italiani hanno avuto fiducia nelle promesse del
Professore, nonostante fossero state continuamente contraddette dai suoi stessi
“alleati”. Il calvario delle attese era cominciato nell’estate del 2005, quando
l’attuale Premier aveva rassicurato che nel programma della coalizione di
centrosinistra ci sarebbero stati i PaCS. Subito smentito dai colleghi leader
dei partiti cattolici dell’Unione, nelle prime formulazioni del programma fatte
dalla “Fabbrica” si accenna solo brevemente alle coppie di fatto. Le
associazioni gay per voce di Franco Grillini (DS, presidente onorario Arcigay)
iniziano a far sentire il loro malumore. Il buon Prodi, allora, scrive di suo
pugno una lettera al “carissimo Franco” per rassicurarlo: “come ho detto più
volte nei mesi scorsi, e come sai, condivido con gli altri leader dell’Unione
l’ipotesi di una proposta universalistica che affronti, regolamenti e risolva
il tema dei diritti delle coppie di fatto basate su un vincolo diverso da
quello del matrimonio”. Mastella non condivide affatto l’ipotesi e lo fa
sapere. Si acuisce lo scontro tra i sinistri cattolici, tra cui iniziano a
capeggiare una iperbigotta dell’Opus Dei e l’ex presidente delle ACLI, e tra i
più progressisti, tra cui si fa sempre più strada nel cuore dei gay
febbraio, il famigerato programma ed i PaCS, non ci sono! Ci sono sette righe e
mezzo, cosi chiare nella loro vaghezza: si riconosceranno diritti ai componenti
le coppie di fatto ma non alla coppia in sé. Tradotto in soldoni, nessun atto
pubblico e quindi opponibile a terzi ma un semplice riconoscimento di diritti
privati. Una proposta che sembra venuta fuori della bocca di Fini o di
Berlusconi, non da qualche leader di centrosinistra. La delusione ed il
malumore, tratteggiati di sconforto e voglia di “aventinismo”, si fanno sentire
sempre di più. E la delusione cresce anche all’interno del movimento stesso
quando anche i partiti più legati alle associazioni firmano il programma, in
calce al quale manca inizialmente solo la firma di Emma Bonino per
Luxuria non mettono in discussione la fedeltà ai loro partiti e cercano di
convincere i loro “compagni” che faranno di tutto affinché quel testo venga
migliorato ed anche i loro Segretari non sono da meno. Le sette righe sono un
compromesso al ribasso e difficile da accettare anche per loro da sempre
attenti (per opportunismo?) alle richieste della comunità glbt, ma non si
poteva compromettere la stabilità dell’Unione. Promettono battaglia in
Parlamento. L’armata prodiana vince, ma con una maggioranza risicatissima in
Senato. Gli omosessuali non hanno molto da festeggiare soprattutto se si
considera la controversa esclusione dei senatori rosapugnoni, unici veri
paladini dei diritti civili. La maggioranza a Palazzo Madama dipende dai
senatori a vita e, peggio ancora, dai tre senatori dell’Udeur. Viste le
premesse, nonostante le promesse e con questo difficile risultato delle urne,
le speranze di veder approvate le unioni civili sono sempre meno. A otto mesi
dalle elezioni la discussione sui PaCS o meglio sulle coppie di fatto, è nel
vivo. Nel vivo è lo scontro tra i teodem, la sinistra radicale e la comunità
gay. Quest’ultima, già naturalmente in conflitto con le posizioni
ultraconservatrici dei margheritini, si scopre in conflitto anche con la
sinistra radicale e con il Premier, per il poco coraggio e la scarsa forza nel
contrastare gli attacchi omofobi della compagine ruiniana in Parlamento. Per
evitare l’empasse e la crisi della coalizione Prodi, poco prima di Natale, in
pieno dibattito sulla finanziaria, annuncia che il Governo si impegnerà a
presentare un ddl unico sulle coppie di fatto entro il 31 gennaio prossimo. La
scadenza è vicina ormai e i nodi non sono ancora tutti sciolti, anzi sembrano
complicarsi ancora di più.
Ministro
pronto da ormai un mese una proposta di legge, ma la sua collega per
fretta si è messa a lavorare su una sua proposta. Punto nodale del confronto
tra le due è il riconoscimento pubblico della coppia, a cui
“accertamento”, tramite forme diverse dal registro comunale.
simile ai veri PaCS, quelli francesi, né all’Act Partenrship inglese. Vuole
qualcosa di originale, l’italian style (o Vatican style?) anche sulle coppie di
fatto. Il registro pubblico è invece il punto fondamentale su cui si batte la comunità
gay: senza riconoscimento si considera la proposta inaccettabile. Arrivano le
inevitabili mozioni anti-PaCS del centrodestra e, nemmeno troppo a sorpresa,
quella dell’Udeur. Intenzione del governo era di proporre una mozione unica a
favore delle unioni civili nel rispetto del programma, ma l’accordo sembra
lontano nonostante le odierne rassicurazioni di Prodi: Fabris (Udeur) annuncia
di non voler ritirare la sua proposta e così anche
alla sua. A pochi giorni dal voto in aule, il pericolo che la mozione anti-Pacs
passi è alto: con una maggioranza trasversale le probabilità sono alte. Le
associazioni gay non sono affatto tranquille. Al colmo della sopportazione, e
dopo una spiacevole uscita di Fassino, contrario alle adozioni gay (che
comunque non sono previstenella proposta di legge di Grillini tanto meno in
quella del Governo), lo sdegno cresce: il segretario nazionale di Arcigay,
Aurelio Mancuso, dopo 25 anni riconsegna la tessera dei DS e nemmeno un
incontro personale con il segretario del partito gli fa fare un passo indietro.
Naturalmente è da leggersi anche come un gesto di protesta verso la deriva
centrista e cattolica del nascente Partito Democratico. Franco Grillini in un
articolo su Il Riformista annuncia che preferisce il nulla ad una legge sulle
unioni civili che non contempli il riconoscimento pubblico. Manterrà fede a
queste parole? I militanti sempre più delusi dal “governo amico” serrano le
file e aprono il “conflitto sociale”: in una riunione dello scorso 14 gennaio
dichiarano che il 2007 sarà l’”Anno delle moblitazioni”. Di fronte al rischio
sempre meno improbabile di una plateale sconfitta mettono da parte i vecchi
rancori e la stupida rivalità e unitariamente organizzeranno varie
manifestazioni di piazza contro il “Governo amico”. Sono in calendario una
grande manifestazione sul tema delle unioni civili, il 10 marzo, a Roma ed il 9
giugno, sempre nella Capitale, è previsto il Gay Pride nazionale. La serie di
manifestazioni unitarie è gia cominciata lo scorso 25 gennaio con una
fiaccolata, simbolica e silenziosa, davanti Montecitorio. Non molti i
partecipanti, ma era più che altro un test per valutare l’unità del movimento
glbt. Test superato. Come raramente è successo in passato hanno manifestato
l’uno affianco all’altro Arcigay nazionale e tutte le associazioni romane.
Presenti tra l’altro Gaylib, l’associazione di gay di centrodestra, e
l’onorevole Del Bue (FI) primo firmatario di una mozione a favore delle unioni
civili. Ormai delusi dei continui compromessi al ribasso rispunta una nuova
strategia: puntare in alto, al matrimonio. Se ne parlava già dopo la diffusione
de “Il bene per l’Italia” con le sue famigerate e ormai litaniache sette righe
e mezzo. Per mesi poco dibattuta ora, attraverso il portale Gay.tv, inizia a
riproporsi. Perché alla fine si è capita una cosa: ormai non conta più quali
diritti il ddl unioni civili conterrà e quali no. Grillini non si stanca di
chiedere e ripetere la sua lista della spesa: assistenza ospedaliera, subentro
nel contratto d’affitto, reversibilità della pensione, cittadinanza per il
partner extracomunitario, etc… Questi diritti, promette
saranno ma, per esempio, alcuni saranno accessibili solo dopo un determinato
periodo di convivenza (si parla di cinque anni!). Le coppie sposate, anche solo
civilmente, usufruiscono di tutti i diritti già a partire dal primo giorno di
matrimonio! Gli omosessuali non ci stanno ed essere considerati ancora
cittadini di serie B. Non vogliono accettare una legge che così come posta
sarebbe un contentino e descriverebbe il nostro amore – in piena retorica
demagogica cattolica – come “debole” e poco duraturo. I PaCS almeno per noi
sono superati. Ed è allora che si capisce che il dibattito non è più politico.
E’ ideologico, è culturale. Anche il nostro è amore! Senza bisogno di
accertamenti. Pieno riconoscimento pubblico e piena equiparazione, questo è
quello che vogliamo. Questo, purtroppo, anche con una indegna legge sulle
coppie di fatto è un traguardo molto difficile da raggiungere. Anzi,
paradossalmente, una legge contentino come quella che ha in mente
peggiorare le cose, chiudendo il discorso per diversi anni visti: “Avete avuto
quello che volevate, ancora a rompere state?” Da queste parti ci si augura che
Grillini mantenga fede alle sue parole: meglio il nulla!
Andreas
Martini http://unvotogay.blogspot.com


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